mercoledì 26 gennaio 2011

Il bugiardo di Arcore

Disceso dall'altopiano arcoriano, come un novello Mosè, Silvio Berlusconi ci propina, nei suoi svariati interventi, le sue personalissime tavole delle dieci menzogne (sul caso Ruby e non solo).
Qui di seguito ve le propongo, in un interessantissimo articolo di Repubblica che le ha elencate e smascherate.

"Si contano dieci menzogne nell'intervento televisivo di Silvio Berlusconi. Qui di seguito dimostriamo come le parole del premier siano variazioni falsarie. Costruiscono per l'opinione pubblica una fiction che appare in gran parte fasulla anche alla luce di quel che è già emerso dai documenti dell'inchiesta di Milano. Le bugie nelle dichiarazioni del presidente del Consiglio devono negare come e perché sia riuscito ad esfiltrare dalla questura, sottraendola alla tutela dello Stato, una minorenne accusata di furto. Una minorenne con la quale il capo del governo ha intrattenuto, per lo meno per tre mesi, una relazione molto intensa, al punto che ci sono tra i due 67 contatti telefonici in 77 giorni. Impossibilitato a raccontare la verità su quella relazione, il premier è costretto a mentire ancora: parla di persecuzione giudiziaria; inventa una violazione della sua privacy; accusa la polizia di aver maltrattato le sue amiche: è un'autodifesa che non accetta di essere verificata. "Non mi devo vergognare", dice Berlusconi. Le sue dieci bugie lo dovrebbero convincere non solo a vergognarsi, ma anche ad assumersi la responsabilità di fare chiarezza davanti ai giudici e dinanzi al Paese. Ecco dunque le dieci bugie che, se necessario, integreremo nel corso del tempo.

1. "Non ho minacciato nessuno"
Dice il premier: "Vi leggo le risposte del funzionario al pubblico ministero dove descrive la mia telefonata: "L'addetto alla sicurezza mi disse: dottore, le
passo il presidente del Consiglio perché c'è un problema. Subito dopo il presidente del Consiglio mi ha detto che vi era in questura una ragazza di origine nord africana che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e che un consigliere regionale, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico di questa ragazza. La telefonata finì così". Ma vi pare che questa possa essere considerata una telefonata di minaccia?".
Berlusconi sa di mentire perché non ci fu una sola telefonata con il capo di gabinetto. Come si legge nell'invito a comparire il funzionario riceve ripetute e "ulteriori chiamate dalla presidenza del Consiglio" (la procura ha escluso tutti i contatti telefonici di Berlusconi e non è ancora pubblico il numero esatto). Devono essere state così urgenti e incombenti da consigliare al capo di gabinetto di telefonare 24 volte al funzionario di servizio, al suo diretto superiore, al questore. La prima telefonata è delle 00.02.21, l'ultima addirittura delle 6.47.14. Non importa se il capo di gabinetto abbia o meno avvertito "una minaccia" nelle parole del presidente. E' indiscutibile che il funzionario si dà molto da fare. L'esito è l'affidamento di Ruby, di fatto, a una prostituta, Michele Coincecao, eventualità che il pubblico ministero per i minori, Anna Maria Fiorillo, aveva escluso. Questo è il risultato della pressione di Berlusconi: la polizia non rispetta le disposizioni del magistrato.

2. "Non ho fatto sesso con Ruby"
Dice il premier: "Mi si contestano rapporti sessuali con una ragazza minore di 18 anni, Ruby. Questa ragazza ha dichiarato agli avvocati e mille volte a tutti i giornali italiani e stranieri che mai e poi mai ha avuto rapporti sessuali con me".
E' utile ricordare come Ruby sia stata "avvicinata" dagli avvocati, da quali avvocati, in quale occasione. E' il 6 ottobre 2010, Ruby deve incontrare il suo avvocato non quello di oggi (Massimo Di Noja) che sarà nominato soltanto il 29 ottobre, ma Luca Giuliante, difensore anche di Lele Mora. Ruby raggiunge lo studio del legale accompagnata da un amico Luca Risso. Risso, via sms, fa a una sua amica il resoconto di quel che accade. Sono utili cinque messaggi. 1. "Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante... Ti racconterò, ma è pazzesco!". 2. "E' sempre peggio quando ti racconterò (se potrò...). 3. L'amica scrive: "Perché stanno interrogando Ruby?". 4. Scrive Risso: "C'è Lele (Mora), l'avv., Ruby, un emissario di Lui. Una che verbalizza. Sono qui perché pensano che io sappia tutto". 5. "Sono ancora qua. Ora sono sceso a fare due passi. Lei è su, che si sono fermati un attimino perché siamo alla scene hard con il pr... con la persona". Da queste informazioni si deducono un paio di scene. Ruby è stata protagonista di "scene hard" con il presidente. Lele Mora, un inviato di Berlusconi e l'avvocato Giuliante la "interrogano" per conoscere che cosa ha raccontato ai pubblici ministeri. E' un vero e proprio debriefing che può consentire di conoscere le accuse, prevedere le mosse dei pubblici ministeri, ribaltare i ricordi della ragazza con la dichiarazione giurata che oggi Berlusconi sventola. Inutilmente perché appare più il frutto o di una violenza morale o di una corruzione, se si prende per buono quel che Ruby dice al padre: "Sono con l'avvocato, Silvio gli ha detto: dille che la pagherò il prezzo che lei vuole. L'importante è che chiuda la bocca". E' il 26 ottobre 2010." Continua....

Per motivi di spazio non posso pubblicare l'intero articolo di Repubblica che comunque potete trovare a questo link, tuttavia mi piace ricordare, come chiosa finale, una definizione che l'indimenticato Indro Montanelli diede di quest'uomo (ontologicamente contrario a qualsiasi principio democratico) "Berlusconi chiagne e fotte". Forti di questa verità acquisita, il 17 marzo di quest'anno ricorre il 150° anno dell'unità d'Italia, facciamoci un regalo, regaliamoci una democrazia.

domenica 23 gennaio 2011

Santa Ruby da O(r)lgettina

Vi segnalo quest'articolo, così bello che avrei voluto scriverlo io. Qui l'originale.

"Dopo aver visto la struggente puntata di "kalispera", ci rimane solo un dubbio. Se si compia prima la beatificazione di papa Wojtila sul sagrato di san Pietro o, con un sorpasso da cineteca, riceva l’aureola Ruby Rubacuori che con la performance di mercoledì sera in casa di Signorini, direttore del berlusconiano “Chi”, in libera uscita su una rete Mediaset, ha raccontato la sua storia tristissima, i suoi turbamenti, le vicissitudini sopportate a causa di malandrini, violenti, talebani ed altri cattivissimi uomini incontrati nel corso della sua breve esistenza. Un concentrato di “prove” cui è sopravvissuta grazie alla forza d’animo, allo spirito di sopportazione, una sofferenza indicibile che una vita di stenti gli ha procurato. Sul suo cammino ha incontrato l’Arcangelo Gabriele che ha cambiato la sua vita e l’ha resa consapevole di queste virtù che prima le erano sconosciute, nonostante ci fossero eccome.
Avrebbe potuto averne consapevolezza quando, come lei racconta, il padre talebano la trattò male a causa della sua conversione alla fede cattolica. Avrebbe potuto altresì sentirne intimamente i vagiti, quando subì in silenzio, ribellandosi solo contro la cattiva sorte, violenza da parte di uno sconosciuto. Ma soprattuto avrebbe potuto toccare con mano di essere una predestinata quando giunse alla soglia della prostituzione ma non la varcò allorché, dopo essersi spogliata, ebbe un moto d’animo, una improvvisa resipiscenza, che avrebbe cambiato la sua vita per sempre. In quell’occasione si verificò il primo miracolo, è sempre lei a raccontarlo, perché l’uomo che avrebbe dovuto “approfittare” del suo bisogno di denaro, dopo averla vista desnuda ed avere assistito a quel passo indietro, invece che pretendere la prestazione, forse contagiato dalla fanciulla, fece anche lui un passo indietro e rinunciò al congiungimento carnale che avrebbe violato la fanciulla. Non solo, le stelle hanno voluto che costui, facesse altro, mettesse le mani in tasca e regalasse a Ruby Rubacuori mille euro affinché potesse vivere più serena nei giorni successivi.

Da quel giorno in poi la sua vita fu tutta un regalo. Apparì l’arcangelo Gabriele sotto le sembianze di Silvio Berlusconi, e tutto cambiò. Le sue cene divennero leggiadre, favolose, di indicibile allegrezza. Venne circondata di attenzioni e affetto.Un miracolo? Non solo uno, ma tanti ripetuti miracoli che le avrebbero procurato agiatezza in cambio di una serena compagnia. Mai un dito fu messo su di lei, mai una parola le sarebbe stata rivolta che non fosse di amicizia, considerazione, stima, simpatia ed incoraggiamento.
Nonostante ciò, nelle conversazioni telefoniche, impulsi malevoli le suggerirono parole impure, le misero in bocca strane storie, obbligandola a raccontare il falso. Invece che ascoltare il cuore, ascoltò il demonio che la ghermiva ancora una volta per metterla alla prova.
Ed è per questa ragione che, metaforicamente parlando, quel “santa subito” avrebbe un senso, anzi due."

sabato 22 gennaio 2011

Lo zio Totò

Lo zio Totò, l'amico di tanti, quello che molti definiscono un gran simpaticone, va in carcere.
E' infatti notizia di queste ore la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna a sette anni per favoreggiamento aggravato a cosa nostra.
Niente più baci e abbracci quindi, niente più vassoiate di cannoli, è un Cuffaro dimesso quello che annuncia di volersi costituire alle autorità, mostrando, novità assoluta per il centrodestra, rispetto per il verdetto della magistratura (del resto giunti in Cassazione, che vuoi fare?): ”Rispetto la magistratura, adesso andrò a costituirmi – ha dichiarato Cuffaro, appena uscito di casa per dirigersi al carcere di Rebibbia.- Mi appresto a scontare la mia pena come è giusto che sia”.
Nessuna accusa di persecuzione, non questa volta almeno, dal diretto interessato. Ci pensano invece gli amici e colleghi come l'avvocato Piero Lipera, che prima di scoppiare a piangere ha dichiarato: “E’ stato condannato un innocente, senza che sia stata accertata la verità. Prima di essere uno dei suoi legali, sono un cuffariano convinto”. A ruota hanno poi rincarato la dose l’avvocato Oreste Dominioni, difensore di Cuffaro in Cassazione insieme a Nino Mormino, che ha parlato di: “sentenza che desta stupore e rammarico anche perché, ieri, la Procura della Cassazione, con una richiesta molto argomentata, aveva chiesto l’annullamento dell’aggravante mafiosa per l’episodio di favoreggiamento ad Aiello, richiesta che se accolta avrebbe sgonfiato del tutto la condanna".
Stupiti e rammaricati quindi, tuttavia, qual'è effettivamente l'accusa che si muove allo zio Totò? Credo sia il caso di riepilogare i fatti.
Durante la sua prima presidenza alla Regione Siciliana Cuffaro fù iscritto, insieme ad altri, nel registro degli indagati per il reato di "concorso esterno in associazione mafiosa" nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti tra il clan di Brancaccio (un quartiere di Palermo) e ambienti della politica locale.
Con gli elementi raccolti, gli inquirenti ritennero che Cuffaro abbia informato, di notizie legate alle indagini che li vedevano coinvolti, Giuseppe Guttadauro (boss mafioso nonchè chirurgo all'Ospedale Civico di Palermo) e Michele Aiello (imprenditore siciliano nel settore della sanità, indagato per associazione mafiosa) attraverso Antonio Borzacchelli e Domenico Miceli (ex assessore UDC, legato a Cuffaro e collega di Guttadauro), sfruttando le talpe presenti nella Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.
Nel settembre del 2005 Cuffaro, per questi fatti, è stato rinviato a giudizio per "favoreggiamento aggravato a cosa nostra" e "rivelazione di notizie coperte da segreto istruttorio". Secondo il GUP è un dato acquisito il fatto che abbia fornito all'imprenditore Aiello informazioni fondamentali per sviare gli inquirenti, riferendo a quest'ultimo (durante un'incontro svoltosi con modalità quantomeno sospette) che le due talpe che gli fornivano informazioni sulle indagini che lo riguardavano erano state scoperte. Inoltre, durante il medesimo incontro, pare che Cuffaro si sia intrattenuto con Aiello in una discussione riguardante l'approvazione del tariffario regionale da applicarsi alle società di diagnosi medica possedute dall'imprenditore. Circostanze queste che furono poi ammesse in aula dallo stesso Aiello.
Ad aggravare la situazione di Cuffaro ci pensa poi l'ipotesi del GUP (corroborata dalle intercettazioni), secondo il quale il mafioso Guttadauro pare sia venuto a conoscenza delle microspie piazzate nella propria abitazione proprio da Aiello, il quale a sua volta lo aveva appreso da Cuffaro che ne era stato informato dai due marescialli corrotti in servizio ai nuclei di polizia giudiziaria della Procura di Palermo. Ma ad inchiodare Cuffaro pare sarebbero state le testimonianze secondo le quali la moglie del boss Guttadauro attribuì il merito del ritrovamento delle microspie proprio allo zio Totò. Questo è, in estrema sintesi, ciò che a Cuffaro viene contestato e che in questi sette anni anni di processi i magistrati hanno discusso attraverso i diversi gradi di giudizio.
Non bisogna dimenticare, tuttavia, che Cuffaro non è l'unico protagonista di questa vicenda. La Cassazione ha infatti confermato anche le condanne degli altri imputati. Diventa quindi definitiva quella a 15 anni di carcere per Michele Aiello, mentre è stata invece leggermente ritoccata, a causa di una parziale prescrizione, la condanna a 8 anni per l’ex maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, che adesso dovrà scontare in carcere 7 anni, 5 mesi e 10 giorni. Definitiva anche la condanna a 3 anni per il dirigente della Sezione Anticrimine della Questura di Palermo, Giacomo Venezia. Mentre sono stati dichiarati “inammissibili” i ricorsi degli altri imputati del processo "talpe alla Dda" confermando così a 4 anni e 6 mesi la condanna definitiva per il radiologo Aldo Carcione, ad un anno per Roberto Rotondo, a 9 mesi per Michele Giambruno, a 4 anni e 6 mesi per Lorenzo Iannì (direttore del distretto sanitario di Bagheria), a 6 mesi per Antonella Buttitta, a 9 mesi per Salvatore Prestigiacomo ed a 2 anni per Angelo Calaciura.
C'è quindi una allegra combriccola ad accompagnare lo zio Totò nel suo viaggio verso le patrie galere. Viaggio che, comunque vada, pur senza il conforto zuccherino dei cannoli, sta affrontando con maggiore dignità di chi invece sfacciatamente rifugge al giudizio della magistratura (e chissà a chi mi riferisco).

venerdì 21 gennaio 2011

L'Ironia della sorte

L'Italia è il paese dell'incredibile, questo è certo. Nei secoli gli italiani, (che solo oggi potremmo pensare di chiamare così, cercando di rievocare chissà quali fondamenti di un'unità nazionale che storicamente nei fatti non c'è mai stata), sono stati i protagonisti di mille imprese. Famosi intorno al globo per essere stati avventurieri, scienziati, poeti ecc., oggi sono nuovamente alla ribalta internazionale. Ma bene, si potrebbe dire, se in questo momento l'oggetto di cotanto interesse non fossero le frequentazioni sotto le lenzuola del nostro premier ultrasettantenne ed operato alla prostata (ma che ci fa con le escort, ci gioca a tresette?), il quale, giusto per rincarare la dose, ha sferrato un'altro duro colpo alla credibilità della nostra democrazia (ormai da tempo sottoposta al ludibrio internazionale) pensando bene di portarsi a letto anche una prostituta minorenne.
Ma facciamo un passo indietro, come siamo arrivati a questo punto? Quale passaggio ci manca? Indubbiamente la fonte dello scandalo, la matrice di tutte queste informazioni è da ricercarsi nel fatto scatenante le indagini, ovvero la telefonata del premier alla questura di Milano per affidare la prostituta minorenne in questione (Ruby, che nel frattempo si era fatta arrestare per aver commesso un furto) ad una sua delegata, ovvero la consigliera regionale del PdL in Lombardia, Nicole Minetti.
Questa telefonata è in effetti l'oggetto delle indagini su Berlusconi, oltrechè uno dei presunti reati commessi dal premier, al quale, è bene ricordarlo, viene imputato il reato di concussione ed abuso d'ufficio e di sfruttamento della prostituzione minorile (come è stato evidenziato dalle intercettazioni ambientali). Cosa ancora più importate, pare che gli inquirenti abbiano talmente tanti elementi a disposizione, proprio grazie alle testimonianze ed alle prove fornite dalle ragazze e dalle intercettazioni, da aver richiesto il procedimento immediato per Berlusconi e per gli altri imputati (Minetti, Fede, Mora). Insomma la questione adesso si gioca tutta sulle competenze territoriali, ma se come pare l'inchiesta resterà tra le mani dei pm di Milano, il premier rischia da 6 a 12 anni per il reato di concussione e da 6 mesi a 3 anni per il reato di sfruttamento della prostituzione con la potenziale aggravante della pornografia minorile (da provare) che farebbe lievitare l'accusa fino ad una pena di 6 anni. Insomma, altro che guerre di liberazione, altro che discesa dei mille, altro che resistenza partigiana, altro che manifestazioni e rivolte, se oggi rischiamo di liberarci del premier e del suo tele-regime lo dobbiamo ad una torbida storia di prostitute e tutto questo mentre il paese stava gia andando a puttane.
Se questa non è l'ironia della sorte!