Lo zio Totò, l'amico di tanti, quello che molti definiscono un gran simpaticone, va in carcere.
E' infatti notizia di queste ore la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna a sette anni per favoreggiamento aggravato a cosa nostra.
Niente più baci e abbracci quindi, niente più vassoiate di cannoli, è un Cuffaro dimesso quello che annuncia di volersi costituire alle autorità, mostrando, novità assoluta per il centrodestra, rispetto per il verdetto della magistratura (del resto giunti in Cassazione, che vuoi fare?): ”Rispetto la magistratura, adesso andrò a costituirmi – ha dichiarato Cuffaro, appena uscito di casa per dirigersi al carcere di Rebibbia.- Mi appresto a scontare la mia pena come è giusto che sia”.
Nessuna accusa di persecuzione, non questa volta almeno, dal diretto interessato. Ci pensano invece gli amici e colleghi come l'avvocato Piero Lipera, che prima di scoppiare a piangere ha dichiarato: “E’ stato condannato un innocente, senza che sia stata accertata la verità. Prima di essere uno dei suoi legali, sono un cuffariano convinto”. A ruota hanno poi rincarato la dose l’avvocato Oreste Dominioni, difensore di Cuffaro in Cassazione insieme a Nino Mormino, che ha parlato di: “sentenza che desta stupore e rammarico anche perché, ieri, la Procura della Cassazione, con una richiesta molto argomentata, aveva chiesto l’annullamento dell’aggravante mafiosa per l’episodio di favoreggiamento ad Aiello, richiesta che se accolta avrebbe sgonfiato del tutto la condanna".
Stupiti e rammaricati quindi, tuttavia, qual'è effettivamente l'accusa che si muove allo zio Totò? Credo sia il caso di riepilogare i fatti.
Durante la sua prima presidenza alla Regione Siciliana Cuffaro fù iscritto, insieme ad altri, nel registro degli indagati per il reato di "concorso esterno in associazione mafiosa" nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti tra il clan di Brancaccio (un quartiere di Palermo) e ambienti della politica locale.
Con gli elementi raccolti, gli inquirenti ritennero che Cuffaro abbia informato, di notizie legate alle indagini che li vedevano coinvolti, Giuseppe Guttadauro (boss mafioso nonchè chirurgo all'Ospedale Civico di Palermo) e Michele Aiello (imprenditore siciliano nel settore della sanità, indagato per associazione mafiosa) attraverso Antonio Borzacchelli e Domenico Miceli (ex assessore UDC, legato a Cuffaro e collega di Guttadauro), sfruttando le talpe presenti nella Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.
Nel settembre del 2005 Cuffaro, per questi fatti, è stato rinviato a giudizio per "favoreggiamento aggravato a cosa nostra" e "rivelazione di notizie coperte da segreto istruttorio". Secondo il GUP è un dato acquisito il fatto che abbia fornito all'imprenditore Aiello informazioni fondamentali per sviare gli inquirenti, riferendo a quest'ultimo (durante un'incontro svoltosi con modalità quantomeno sospette) che le due talpe che gli fornivano informazioni sulle indagini che lo riguardavano erano state scoperte. Inoltre, durante il medesimo incontro, pare che Cuffaro si sia intrattenuto con Aiello in una discussione riguardante l'approvazione del tariffario regionale da applicarsi alle società di diagnosi medica possedute dall'imprenditore. Circostanze queste che furono poi ammesse in aula dallo stesso Aiello.
Ad aggravare la situazione di Cuffaro ci pensa poi l'ipotesi del GUP (corroborata dalle intercettazioni), secondo il quale il mafioso Guttadauro pare sia venuto a conoscenza delle microspie piazzate nella propria abitazione proprio da Aiello, il quale a sua volta lo aveva appreso da Cuffaro che ne era stato informato dai due marescialli corrotti in servizio ai nuclei di polizia giudiziaria della Procura di Palermo. Ma ad inchiodare Cuffaro pare sarebbero state le testimonianze secondo le quali la moglie del boss Guttadauro attribuì il merito del ritrovamento delle microspie proprio allo zio Totò. Questo è, in estrema sintesi, ciò che a Cuffaro viene contestato e che in questi sette anni anni di processi i magistrati hanno discusso attraverso i diversi gradi di giudizio.
Non bisogna dimenticare, tuttavia, che Cuffaro non è l'unico protagonista di questa vicenda. La Cassazione ha infatti confermato anche le condanne degli altri imputati. Diventa quindi definitiva quella a 15 anni di carcere per Michele Aiello, mentre è stata invece leggermente ritoccata, a causa di una parziale prescrizione, la condanna a 8 anni per l’ex maresciallo del Ros, Giorgio Riolo, che adesso dovrà scontare in carcere 7 anni, 5 mesi e 10 giorni. Definitiva anche la condanna a 3 anni per il dirigente della Sezione Anticrimine della Questura di Palermo, Giacomo Venezia. Mentre sono stati dichiarati “inammissibili” i ricorsi degli altri imputati del processo "talpe alla Dda" confermando così a 4 anni e 6 mesi la condanna definitiva per il radiologo Aldo Carcione, ad un anno per Roberto Rotondo, a 9 mesi per Michele Giambruno, a 4 anni e 6 mesi per Lorenzo Iannì (direttore del distretto sanitario di Bagheria), a 6 mesi per Antonella Buttitta, a 9 mesi per Salvatore Prestigiacomo ed a 2 anni per Angelo Calaciura.
C'è quindi una allegra combriccola ad accompagnare lo zio Totò nel suo viaggio verso le patrie galere. Viaggio che, comunque vada, pur senza il conforto zuccherino dei cannoli, sta affrontando con maggiore dignità di chi invece sfacciatamente rifugge al giudizio della magistratura (e chissà a chi mi riferisco).
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